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SIMEONE E LA LAZIO: UN AMORE INFINITO

SIMEONE E LA LAZIO: UN AMORE INFINITOCampione con la filigrana, idolo dell’Olimpico, il suo nome è diventato un coro senza tempo. «Simeo.. Simeo… Simeone» cantano ancora oggi in Curva Nord, evocando lo spirito guerriero del Cholo, quello che meglio di ogni altro incarna il prototipo del giocatore preferito dai tifosi della Lazio, un leader nato, il simbolo di un gruppo d’acciaio, forse un giorno anche l’allenatore del futuro. Chissà perché il calcio disegna intrecci curiosi, è come se la storia non finisse mai, un romanzo in cui si aggiungono ogni volta dei nuovi capitoli, si diventa avversari e poi magari ci si ricongiunge. C’è sempre stato Simeone nel destino della Lazio e viceversa, un amore infinito, coltivato a distanza, anche quando le strade si sono separate. Oppure prima ancora di incontrarsi. Basta ricordare la storia della prima Lazio di Cragnotti, sconfitta dall’Inter di Moratti e Ronaldo nella finale di Coppa Uefa, maggio ‘98. Finì 3-0 per i nerazzurri, andò a segno anche Simeone, era l’alba del ciclo d’oro legato a Eriksson, che poi portò la Lazio allo scudetto anche grazie ai colpi di testa e alle prodezze del centrocampista argentino. Oppure è sufficiente ricordare l’addio, consumato con garbo, senza entrare in rotta di collisione con Roberto Mancini, diventato il suo allenatore. Era il luglio del 2003 e la Lazio (sotto la gestione Capitalia) si era appena qualificata ai preliminari di Champions League. Simeone salutò tutti per tornare in Spagna all’Atletico Madrid, di cui era stato simbolo all’epoca di una storica doppietta (Coppa del Re e Liga). Chiuse dopo 135 presenze e 18 gol in quattro stagioni con la maglia biancoceleste. Domenica Diego Pablo Simeone, alla prima esperienza da allenatore in Italia, e la Lazio di Lotito si ritroveranno al vecchio Cibali. Novanta minuti da brividi, un duello struggente: la salvezza da acciuffare per il Catania, la Champions per Reja.

IL LEGAME CON ROMA

Quel coro che l’Olimpico ha trasformato in slogan

ROMA –«Simeo… Simeo… Simeone ». Quel coro non è mai passato di moda. I tifosi della Curva Nord e tutto lo stadio Olimpico cantano il nome dell’ex centrocampista argentino quando serve evocare lo spirito guerriero della squadra oppure si cerca la svolta. Chissà se Lotito ci penserà mai davvero, cer­to anche nel recente pas­sato, quando Delio Rossi rischiava l’esonero o Bal­lardini era entrato in crisi, Simeone era diventato in fretta uno dei candidati suggeriti dalla tifoseria. Da giocatore era uno de­gli idoli dell’Olimpico, se­gnava e festeggiava giran­dosi di spalle per far ve­dere il suo nome e il nu­mero 14. Un’immagine che è diventata un poster per i tifosi della Lazio al­l’epoca dello scudetto di Eriksson e della rimonta alla Juventus. Simeone arrivava dall’Inter, Cra­gnotti lo prese nell’estate ‘99 in cambio di Vieri.«E pensare che io non volevo andare via. Ero sicuro che prima o poi l’Inter avreb­bevinto lo scudetto. Dissi di no all’inizio»ha sempre raccontato Simeone, che nel ‘98 ci era andato vici­nissimo con Simoni in panchina. L’Inter venne fermata dall’arbitro Cec­carini nella partita scu­detto con la Juventus.«Ri­gore negato a Ronaldo e nell’azione successiva ri­gore alla Juve. Furono due minuti pazzeschi».A Formello, però, cambiò la vita di Simeone.«Non vo­levo andare alla Lazio e feci di tutto per restare a Milano, provai a dire di no, ma poi a Roma ho vis­suto i quattro anni più bel­li della vita calcistica. Ri­cordo una squadra fortis­sima: Mancini, Veron, Boksic, Salas, Nedved, Al­meyda, Nesta, Mihajlovic. Riuscimmo a cambiare la storia, perché in quegli anni vincevano solo Mi­lan e Juventus».Organiz­zava le grigliate di carne all’Olgiata, era una delle anime del gruppo.«I tifo­si della Lazio mi accetta­rono e mi adottarono subi­to ».

I SUOI ALLENATORI

«Eriksson un maestro nel gestire i campioni»

ROMA – Era già allenatore in campo, ha cominciato a farlo sul serio quando sta­va chiudendo la carriera con il Racing di Avellane­da nel 2006. Era tornato a casa, in Argentina. Conti­nuava a divertirsi con lo stesso club con cui aveva iniziato la carriera prima di trasferirsi al Velez Sar­sfield. Il Racing stava lot­tando per la salvezza, il presidente chiese a Simeo­ne di diventare giocatore­allenatore.

«Tutti mi dice­vano di no, è un’impresa impossibile, sei un pazzo se accetti. Ma io, quando tutti mi dicono no, rispon­do sì. Perché mi piace la sfida, voglio provarci, e penso che se rispondessi come gli altri, ci ritrove­remmo tutti sulla stessa strada». Simeone allenato­re riuscì a salvare il Ra­cing: « Nelle ultime parti­te, mettendoci il cuore, convincendo quelli che erano stati miei compagni prima di diventare miei giocatori, riuscimmo a far­cela ». Simeone in panchi­na ha provato a prendere da tanti suoi vecchi mae­stri.

Da Simoni a Radomir Antic, che l’aveva allenato ai tempi dell’Atletico Ma­drid, sino ad arrivare ad Eriksson. Il mago svedese lo teneva spesso sulle spi­ne, non lo faceva giocare sempre, ma nelle ultime giornate del campionato dello scudetto capì che aveva una marcia più degli altri. «Non era facile tene­re insieme e gestire tanti campioni in quel gruppo. Eriksson aveva una gran­de dote: riusciva a ruotare tutti, capendo il momento e alternandoci nel mo­mento giusto per dare il meglio per la squadra. Il massimo della gestione » ha sempre ricordato Diego Pablo Simeone, che oggi allena il Catania, pieno di argentini ma certamente non ricco come quella La­zio.

«Sono stato giocatore, ora sono allenatore. E pen­so che, a parte il risultato, il nostro lavoro consista nel migliorare i giocatori, lasciargli qualcosa. Quan­do un giocatore se ne va, è bello sapere che lo hai aiu­tato a crescere».

UN VERO COMBATTENTE

«Leader si nasce, non si diventa con le parole»

Non era titolare, diventò insostituibile

ROMA – Ti guardava dritto negli occhi senza mentire o mascherarsi dietro alle so­lite frasi di circostanza. Diego Pablo Simeone, cen­trocampista di grande sen­so tattico e portato a inse­rirsi in area di rigore per andare a segnare, era uno dei giocatori preferiti nella sala- stampa di Formello. Mai banale, spesso sor­prendente, uomo leale in campo e fuori: regalava ogni volta il titolo, perché le sue frasi ( senza ferire) la­sciavano il segno, non era­no scontate. Veniva definito giocatore con gli attributi per eccellenza. Una volta festeggiò il gol in modo an­cora più rude, facendo im­pazzire i tifosi allo stadio Dall’Ara in una domenica pazzesca. Erano i giorni della rincorsa scudetto: 7 maggio 2000, penultima di campionato. Sergio Concei­cao aveva portato in van­taggio la Lazio, al 39’ l’ex Beppe Signori firmò il pa­reggio per il Bologna. Al 65’ Simeone riuscì a sbloccare il risultato, portando la squadra di Eriksson sul 2-1. Festeggiò sfilando sotto il settore in cui erano raduna­ti i quindicimila tifosi della Lazio, portando la mano de­stra all’altezza… dei panta­loncini. Quasi a dire: « Noi abbiamo gli attributi » . Poi arrivò anche il gol di Salas. Quel giorno la Lazio vinse 3- 2, la Juventus riuscì a piegare il Parma ( con un gol annullato a Cannavaro). Simeone si scagliò contro i bianconeri nella settimana di avvicinamento all’ultima di campionato. Il Cholo era uno degli alfieri della Lazio di Eriksson, un leader rico­nosciuto dal gruppo. Doti caratteriali che ne hanno sempre esaltato il profilo: «Leader si nasce, non si di­venta. Sei in campo come nella vita, puoi essere lea­der anche quando ti trovi sulla strada, lo sei perché riconosciuto dagli altri. O ce l’hai o non ce l’hai. Sei leader con i fatti, non a pa­role »ha spesso raccontato cercando di rendere più semplice il concetto. Facile per chi è cresciuto giocan­do nel Siviglia accanto a Maradona e poi nell’Inter di Ronaldo.

Fonte: Il Corriere dello Sport

 

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Posted by on Apr 13 2011. Filed under News Lazio. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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