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La Lazio perde il suo numero Uno..

LAZIO PERDE UN SIMBOLO COME BOB LOVATI, LEDESMA BOB LOVATI MI HA SEMPRE INCORAGGIATOUna volta arrivato alla Lazio, non ha più lasciato Roma e la Lazio, un club che ha servito senza mai essere servitore, che ha servito perché l’amava, con spirito d’appartenenza e con una schiettezza che ha pochi confronti..

 

Se n’é andato ieri, mentre riposava, in silenzio. Bob Lovati, un pezzo di storia della Lazio, si è spento alla soglia degli 84 anni. Lombardo di nascita, romano acquisito e soprattutto con i colori biancocelesti nel cuore, che ha difeso anche al di fuori dei pali tra i quali si piazzava da giocatore. Un amore viscerale, tanto che amava fortemente ricordare di essere nato prima della Roma.Dagli sportivi ai politici il coro è unanime: «La Lazio perde un simbolo». Pulici, portiere del primo scudetto, quasi non riesce a parlare per la commozione: «È stato il mio tutore, mi ha insegnato tutto. Una persona indimenticabile». Per Wilson, capitano del tricolore del ’73, «se ne va un numero uno fuori e dentro al campo, uno che ha colmato 56 dei 111 anni di storia biancoceleste portando alla Lazio la prima Coppa Italia (1958, ndr) della sua storia».

Zoff non ha dubbi, Lovati era «un grande portiere ed un grande uomo». Sul sito di Ledesma si legge: «Sei stato uno dei primi a incoraggiarmi quando tutto andava storto. Uno sguardo che non dimenticherò mai e che ho avuto l’onore di incrociare. Io, che in confronto a te non sarò mai nessuno. Ciao Grande Bob, tuo Cristian». Mauro Tassotti, attuale allenatore in seconda del Milan, fu lanciato da Lovati: «Un punto di riferimento per la Lazio e un personaggio di grande umanità». L’ex capitano biancoceleste, Nesta, è affranto: «E’ un monumento per la storia biancoceleste, una delle persone che più mi ha aiutato a crescere». Gabriella Grassi, per decenni segretaria generale della Lazio, non ha dubbi: «Mi ha cresciuta, è andato via un pezzo di me». Per Manzini, team manager da oltre 30 anni, «era unico».
Laziale fino al midollo, Lovati ha trasmesso la sua fede al figlio Stefano, oggi consulente ortopedico nella Lazio. Lotito ieri ha garantito: «Terremo vivo il ricordo», ma negli ultimi anni ne aveva smorzato un po’ la leggenda. Lui però non ha mai avuto una parola fuori posto. L’ultimo saluto domani alle 15 nella Chiesa di Ponte Milvio dove nel dicembre del ‘76 ci fu il funerale dell’amico di sempre, Tommaso Maestrelli.

«Se dici Bob, sanno di chi parli», diceva Bob Lovati. Lo sanno da quando Jesse Carver, arrivando ad allenare la Lazio da Liverpool, nel 1956, gli disse che si chiamava così, Bob e non più Roberto. Non c’è un perché. O, almeno, Bob scrollava le spalle di fronte al perché. Ma c’è una storia, raccontata da quel signore alto, non solo di statura, alto di spessore. Non era romano, ma una volta arrivato alla Lazio, non ha più lasciato Roma e la Lazio, un club che ha servito senza mai essere servitore, che ha servito perché l’amava, con spirito d’appartenenza e con una schiettezza che ha pochi confronti. Dicono che nei momenti bui della vita si scoprono tante cose.Quando Giordano scivolò ai margini del calcio, a chi gli chiedeva quali fossero i grandi talenti del calcio italiano, accanto a Rivera, Bob mise Giordano. Quando la Lazio tentennava, ne assumeva la direzione tecnica e poi tornava nell’entourage senza fare baccano.

Perché lui era Bob, mica uno dei tanti Roberto.

Fonte:leggo

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Posted by on Mar 31 2011. Filed under News Lazio. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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