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I nostri personaggi, la nostra storia: Remo Zenobi

I nostri personaggi, la nostra storia: Remo Zenobi 02 Luglio 2011 – Se oggi a Roma in chiava laziale parli del “presidentissimo”, è lampante il riferimento a Sergio Cragnotti. Se negli anno Sessanta-Settanta parlavi del “presidentone”, era altrettanto palese il riferimento a Remo Zenobi, l’unico dirigente ad aver indossato per ben tre volte i panni di presidente della Lazio e per giunta in tre decenni e in tre epoche calcistiche completamente diverse. Bruno Roghi, grande firma del giornalismo sportivo, anni dopo la sua comparsa sulla scena calcistica, tracciando un profilo del “presidentone”, lo dipinge così:
“Tra i dirigenti di società, Remo Zenobi, presidente della Lazio, è uno tra i più noti e popolari. Per esempio, la sua voce: parla come se una lacrima condisse sempre le sue sillabe. Tra le altre doti, il presidente della Lazio ha l’estro e l’eccentricità. Non per niente, si occupa contemporaneamente di una fabbrica di paracadute e di un allevamento di castori: due attività tra le quali è impossibile scoprire il punto di analogia, se non nell’inclinazione di Zenobi per gli sbalzi di quota (paracadutismo) e (castori) per le costruzioni ingegnose”…..
Remo Zenobi, nato a Foligno il 23 maggio del 1891 e con alle spalle un passato da discreto podista, compare per la prima volta sulla scena calcistica nel 1923. A poco più di 30 anni è già un imprenditore di successo e quando la società decide di ricostruire lo stadio della Rondinella, cambiando la dislocazione del campo e ampliando le tribune, Remo Zenobi si offre di coprire gran parte della spesa, a patto che i lavori vengano affidati ad una società che avrebbe avuto come azionisti, oltre a lui, anche Bitetti, Saracenie Ercoli. Chiusa la ventennale esperienza di Ballerini alla guida della società, per la Lazio si apre un periodo di turbolenze. Cambiano tre presidenti in tre anni e dopo la fusione con la Roma sventata grazie all’intervento decisivo del generale Vaccaro, di cui è amico, Remo Zenobi si insedia alla guida della Lazio per la prima volta nel 1927. Uomo di spiccata personalità, padre-padrone e a volte perfino dittatore, si considera una sorta di papà per i tifosi e conia il motto: “La Lazio non si discute, si ama”, che anni dopo viene però adottato dai tifosi dell’altra sponda.
Zenobi non è un grande esperto di calcio. Nel 1930, rfiuta di ingaggiare il veronese Masetti, che passa invece alla Roma e diventa uno dei portieri più forti del calcio italiano e una delle colonne degli eterni rivali. In quello stesso anno, visto l’alto costo dei giocatori italiani, Zenobi decide di guardare all’estero, ai tanti figli di emigrati sparsi in giro per il mondo, soprattutto nell’America del Sud. Porta a Roma due cugini italo-brasiliani, Fantoni I° e Fantoni II°, che aprono la strada all’arrivo di De Maria, Guarisi (Filò), Del Debbio, “Pepe” Rizzetti, Tedesco, Castelli e Serafini. Non contento, silura anche l’allenatore Molnar, affidando la squadra al tecnico brasiliano Amicar Barbuy. Nasce così, sotto la presidenza Zenobi, quella che nella storia viene ricordata come la “BrasiLazio”. Una squadra che dà spettacolo sui campi di tutta Italia, ma che per via dell’alternanza di rendimento dei suoi estrosi giocatori non ottiene i risultati sperati da Zenobi e dai tifosi della Lazio. Tra questi, spicca pure un personaggio decisamente importante dell’epoca. Un giorno, il “presidentone”, intento a far quadrare i conti, si vede recapitare sul suo tavolo una richiesta di associazione con allegato un assegno di 1000 lire, che all’epoca era una cifra che in pochi si potevano permettere. Legge il nome dell’aspirante socio e pensa ad uno scherzo, ma dopo una verifica fatta chiamando l’amico Vaccaro, scopre che non si tratta affatto di uno scherzo. Il nome del nuovo socio è: Benito Mussolini. Zenobi firma e il “Duce” diventa a pieno titolo socio della Lazio.
I risultati deludenti ottenuti dalla “Brasilazio” e le pressioni da parte del regime che pretende due squadre altamente competitive a Roma, spingono Remo Zenobi a rassegnare per la prima volta le dimissioni. La sua passione per il calcio lo porta a restare al fianco di Palmieri prima e poi di Gualdi, e quando l’ingegnere decide di mollare deluso per i tanti soldi spesi e per aver solo sfiorato la conquista dello scudetto e della Coppa Europa, nel 1938 Remo Zenobi torna per la seconda volta sul ponte di comando. Con un nuovo piano di risanamento economico, con una gestione meno spendacciona e circondandosi di dirigenti fidati, Zenobi acquista molto potere. Dietro l’apparente aspetto bonario (è chiamato comunemente “papà Zenobi”) il “presidentone” nasconde una personalità dura e inesorabile. Anche qualche giocatore ne fa le spese. E’ il caso, ad esempio, di Marchiniche, sotto contratto con la Lazio, intavola una trattativa con il Torino. Zenobi lo viene a sapere, gli impedisce di allenarsi e lo tiene fermo per un anno nonostante il giocatore, medaglia d’oro a Berlino nel 1936, fosse una pedina fondamentale per il gioco della Lazio. Anche con la stampa, sempre pronta a criticare le scelte della società, gli scontri sono accesi e molti giornalisti (anche di testate particolarmente vicine al Partito Nazionale Fascista) vengono allontanati e portati in tribunale per rispondere dei loro articoli. Questo modo di fare mette fine alla seconda era-Zenobi, con la società che passa nelle mani di Andrea Ercoli, altro personaggio leggendario della Lazio di quell’epoca.
Per confermare la regola del “non c’è due senza tre”, Remo Zenobi si riaffaccia sulla scena laziale nell’immediato dopoguerra, deciso a rilanciare la società sia dal punto di vista economico che sportivo. E sono anni d’oro sia per lui che per la Lazio, Appoggiato da dietro le quinte dall’ingegner Gualdi, Remo Zenobi porta alla Lazio giocatori del calibro dei fratelli Sentimenti (strappati alla Juventus), Furiassi, Hofling, Arce, Sukru e Puccinelli. Sono anni esaltanti per la Lazio che chiude per tre anni consecutivi il campionato al quarto posto in classifica, sempre davanti alla Roma, che nel 1951 retrocede pure in serie B. La sua Lazio vince 7 derby su 8 e, cosa di cui si vanta fino alla morte, Remo Zenobi in tutti gli anni della sua presidenza non perde neanche una stracittadina. Tre giocatori della Lazio vengono convocati in Nazionale per i Mondiali del 1950 in Brasile, il salto di qualità è dietro l’angolo, ma qui escono fuori i limiti di Remo Zenobi, la sua incapacità nel cogliere l’attimo. Con un pizzico di coraggio in più, con l’apertura ad altri soci facoltosi che bussano alla porta, la Lazio può puntare a raggiungere la Juventus e il Torino. “La Lazio non ha bisogno di niente”, ripete. Anzi, di una cosa sola la sua Lazio ha bisogno, di un grande stadio: “Senza un grande stadio, non si può avere una grande squadra”. In verità, il grande stadio sta arrivando, perché il CONI oramai ha completato i lavori per la costruzione dello stadio Olimpico. Lavori iniziati durante il regime Fascista, poi interrotti e ripresi più volte a causa della crisi economica pre-bellica e poi della guerra. Ma Remo Zenobi non fa in tempo a coronare il suo sogno di vedere una grande squadra in un grande stadio.
Il 14 aprilesi raduna l’Assemblea generale della società. Zenobi legge la relazione annuale che denuncia 170 milioni di passivo. Ricorda ai soci quanto da lui fatto come dirigente e presidente per riportare la Lazio ai vertici del calcio italiano e l’Assemblea gli riconosce i suoi meriti conferendogli una medaglia d’oro in segno di immenso riconoscimento. Zenobi, che ha già designato il suo successore, l’industriale Antonio Annunziata, ha un momento di forte commozione ma, da uomo d’onore e duro con se stesso quanto lo è con gli altri, conferma le sue dimissioni. Abbandona la sala tra gli applausi di tutti e lascia definitivamente la Lazio. Si rifugia a Ischia, per un periodo di cure, ma durante la vacanza viene stroncato da un infarto il 12 maggio del 1953, ironia della sorte, appena cinque giorni prima di Italia-Ungheria partita con cui s’inaugura l’Olimpico, quel grande stadio da 80.000 posti che aveva sempre sognato ma nel quale non ha mai visto giocare la sua Lazio.

Fonte:sslaziofans

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